26/11/2009,23:28
OCCAM
tàgliati i capelli



In realtà una volta, qualche anno fa, te l'avevo spiegato bene. E mi sembrava avessi capito.

Invece no, l'istinto di semplificazione ha avuto la meglio ancora una volta, e quindi per te la spiegazione più semplice deve essere ragionevolmente quella più corretta.

Il rasoio di Occam. Si chiama così in filosofia.

Un rasoio da pigri intellettuali degli anni zero, di quelli che si fanno crescere la barba e i capelli fino a quando possono sembrare ancora umani, e poi con piglio psicotico si rasano a zero, fanno poi ricrescere tutto ancora una volta, si rasano di nuovo e così via. Ricoprirsi di peli, di residui di cibo e di inquinamento, fumandoci sopra quintali di nicotina e togliendoti il gusto di dare un bacio alla tua ragazza. Finchè non ne puoi più. Quando è davvero troppo, torni al nocciolo dell'esistenza – pensi tu – e ritrovi te stesso, liscio e senza età come una pesca di plastica, pronto a farti colonizzare nuovamente da batteri, dermatiti e prurito. Fino alla prossima volta.

Tuttavia, caro mio, gli anni passano. Lo dicono i proverbi, lo spiegano le maestre e te lo ricordano ogni giorno i risvegli alcolici, il conto corrente e le ginocchia.

A quel punto dipende dal bagaglio genetico, e se ti va male – come è facile che capiti in questo caso – sei fottuto.

Lo stress, le tossine dell'aria, lo shampoo sbagliato e il cappellino da baseball che ostruisce i pori. Cazzate. Cominciano a lasciarti perchè neanche loro ne possono più di proteggerti, di renderti un alibi che ormai sei troppo grande ed inguaiato con la vita per portarti in giro con dignità.

Iniziano ad abbandonarti ai lati, ad indicare che ormai la tua testa sarà sempre più scoperta alle intemperie, alle emicranie da freddo e al giudizio di chi finalmente scoprirà quanto veramente vale quello che hai lassù, senza che si debba orientare fra ricci impavidi e ciuffi rigogliosi.

E' un processo pressocchè inarrestabile, che giustificherai ai più con la solita frase, quel “si ma adesso hanno smesso di cadere”, amara rassegnazione ad un piccolo sasso che cade dalla vallata, presagio molesto della valanga sospesa davanti alle mura di casa.

Ad un certo punto, per quanto tu cercherai di nasconderti, sarai sempre più esposto al mondo ed avrai un tuo pubblico. Di quelli ignoranti, buoni per un reality show, che ti scatteranno un milione di piccole foto appena metterai il naso fuori di casa. E tu le andrai a guardare quelle foto e sai cosa scoprirai? Che una piccola ombra chiara si sta facendo largo fra la folta massa che un tempo troneggiava in cima alla tua testa, quella che comincerai a chiamare – perchè tu, ricordiamolo, sei un filosofo – la tua piccola agorà.

A quel punto però non avrai modo di rifletterti, controllare la tua situazione come facevi prima, salvo costringendoti a strane contorsioni di specchi e giochi di luce. Ti sentirai un po' più nudo, sottoposto al volere di ciò che viaggia sopra di te, minacciato dai piccioni e, perchè no, anche dagli elicotteri che volessero atterrare a sorpresa.

Girerai rasente ai muri, guarderai il cielo continuamente e ti passerai al mano sopra appena puoi, sincerandoti che è solo pelle. Pelle grassa, ma pur sempre pelle.

Insomma, caro mio, il giochetto di Occam potrà andare avanti fino ad un certo punto e prega iddio che duri il più possibile. Anche perchè, ricordatelo sempre, noialtri le parrucche le usavamo solo per vestirci di martedì grasso.

Io però ti conosco, amico mio, e so già cosa succederà quando verrò da te a chiedere il conto. Mi guarderai sorpreso, ti accarezzerai la testa lucida, girerai gli occhi al cielo e mi riserverai le migliori spallucce della tua vita.

- Sto solo perdendo i capelli, Antonello. Niente di più -

16/11/2009,18:56
PERRONE TI VOGLIO BENE
vincere e vinceremo


A.G. Dinapoli è risultato tra i tre finalisti di questo stimabile concorso letterario con questo golosissimo post di fantasia "I cartoni pieni di libri".

Ocio che arrivo.

15/11/2009,22:00
ME AND MY MONKEY (22)
bevi o te ne vai



ME: “Ohè, vecchio! Come va? E' da un po' che non ci si vede...”

MY MONKEY: “Già.”

ME:”E allora, dove sei stato in questo mese e mezzo?”

MY MONKEY: “Al bar.”

ME: “ Al bar?”

MY MONKEY: “Si, al bar.”

ME: “ A fare?”

MY MONKEY: “ Principalmente i cazzi miei. Però ormai te lo dico, tanto comunque tu queste cose non le capisci e almeno faccio un po' d'esercizio d'esposizione in attesa delle presentazioni del libro.”

ME: “Che libro, sempre quello dell'altra volta su Alitalia, Anno Zero?”

MY MONKEY: “No no, un altro. Anzi, partiamo proprio da quello. Insomma l'altra volta il libro non è stato capito molto, mi si diceva che era troppo artefatto, troppo forzato rispetto alla politica e a certi argomenti che volevo a tutti i costi portare avanti. Risultava eccessivo nella costruzione, prevedibile nella trama e molto autoreferenziale, perchè – mi è stato detto – era stato scritto nella solitudine della mia cameretta, lontano dalla vita vera e impermeabile alle mille contraddizioni della società d'oggi. A me sembrava un cazzata, ma alla fine abbiamo venduto pochissimo e quindi bisogna adeguarsi. Allora, per la realizzazione del prossimo romanzo, ho deciso di passare più tempo possibile nei luoghi chiave della nostra comunità, dentro le nuove agenzie di socializzazione, dove è possibile studiare i percorsi tortuosi delle vite più strane, delle abitudini ordinarie, delle dinamiche insensate e sottili che si instaurano tra le persone. E quindi mi sono piazzato in un bar. In fondo, a pensarci bene, non era una cazzata. La letteratura d'oggi ha l'obbligo intellettuale di sostituirsi alla cronaca giornalistica, riportando il “normale” ad una condizione di sublime unicità, rifiutando stereotipi ed eccessi in favore della caratterizzazione simbolica di ogni attore sociale. Questo è l'unico modo per far emergere con sensibilità le contraddizioni nei comportamenti, scoprire dove è possibile disinnescare i meccanismi malati che hanno portato il mondo d'oggi alla catastrofica situazione che viviamo ogni istante della nostra esistenza, interrogarsi sulle cause per scoprire le vere responsabilità, rifiutando i falsi miti di progresso e i capri espiatori che i mass media ci propongono come uniche vie d'uscita all'indolenza dell'uomo d'oggi. Insomma, avevo bisogno di un territorio neutro, dove alcol e abitudine abbassassero i livelli di guardia delle persone e guidassero la mia sagace penna attraverso percorsi veri, umani e contemporanei, nella miglior tradizione di un certo noir d'avanguardia.

ME:” Bene, e come è andata?”

MY MONKEY: “Beh, ho scoperto varie cose. Innanzitutto non è così scontato che il gestore di un bar accetti che uno scrittore occupi un tavolo tutto il giorno, consumando tre cappuccini e due amari. Dopodiché ho notato che se uno si vuole ubriacare velocissimo di solito prende due Negroni sbagliati e li secca al volo, che alcune ragazze quando cominciano a bere si trasfigurano nel viso, come se la loro faccia fosse fatta di cera e si fossero avvicinate piano piano ad una fiamma di candela. Inoltre ho potuto costatare che i vari venditori ambulanti, anche se ti conoscono, ti assillano mortalmente ogni dieci minuti e gli interessa davvero poco che stai scrivendo un romanzo noir contemporaneo d'avanguardia. Poi ho scoperto che i baristi pippano un sacco di coca, che la gente cerca di usare meno congiuntivi possibili nelle conversazioni, che se non bevi gli altri ti trattano come un frocio e che un sacco di gente mischia alcol ed ansiolitici. Ah, i cinesi giocano un casino a video poker.

ME:” ...”

08/11/2009,19:01
LA SACRA SINDROME
aeroplani e pc



La pagina bianca non esiste.

Non esiste in natura, non è mai esistita, e rifiutiamo chi continua a parlarne male.

Salta fuori ogni volta che le cose non vanno come la pigrizia ci chiederebbe, e finisce per identificare l'inedia di centinaia aspiranti scrittori, tesisti forzati, cortesi amici di penna ed insofferenti scolaretti alle prese con un tema libero.

La pagina bianca vi fa paura, enorme come una balena d'altri tempi ed inaccessibile come un'isola di quelle dei miti dell'antica Grecia, protetta da un dio funesto che secondo voi teme il vostro ingegno e per questo vi ostacola, mettendo in mezzo fra voi e la meta un mare bianco sconfinato..

Tutte cazzate. La pagina bianca non esiste.

Esistono invece fogli bianchi, prodotti chimici di un albero coltivato in Svezia, oppure schermi illuminati, milioni di lucette spiaccicate in verticale davanti agli occhi. Che da soli non valgono niente, nemmeno la fatica di essere una pagina.

Perchè i fogli delle foreste del nord sono anche degli ottimi aeroplani, piegati con pazienza da un piccolo ingegnere con la lingua fuori dalle labbra che ne consuma, a suon di esperienze, schianti ed accartocciamenti, fino ad arrivare al lungo volo panoramico, quello che si infila sempre fra i capelli della compagna davanti.

E gli schermi di pixel? Ah beh, quelli davvero non servono a nulla. Alimentano il rumore, quello che il postfordismo chiama multitasking, riempiono i loro pollici di chiacchierate inutili, scollature da cartone animato e i fatti di tutti, tutti quanti, ma purtroppo mai i nostri. E servono per lavorare, lavorare sodo, e lo sappiamo bene che questa pratica non si addice per nulla a quello che invece dobbiamo veramente fare noi.

L'illusione vera, quella della pagina bianca, è che ti fa crede che tutto parta da lì, che le scintille corrano solamente davanti agli occhi, che le idee prendano gambe solo quando davanti hanno la loro pista di gara.

Invece le idee, sempre che ne abbiate almeno una, hanno bisogno di muscoli e di allenamento. Hanno bisogno di dita agili, di occhi vivaci e di capelli spettinati. Hanno bisogno di braccia salde che ne tengano le briglie, di mani robuste che le stringano con forza per spremerle fino in fondo, di gambe pesanti che si sappiano impuntare, quando queste vogliono cambiare direzione. E soprattutto di pazienza, tanta pazienza, perchè solo ore ed ore di appostamenti e ricognizioni daranno loro la fiducia per uscire davvero. Serve coragio, determinazione e un grande asciugamano per tamponare il sudore.

Saranno le sigarette e le mezze giornate passate a scribacchiare inutili esercizi di stile a togliervi finalmente dalla mente che non esiste nessuna pagina bianca, ma solo tanti fogli e centiania di schermi da riempire.

01/11/2009,21:05

LA MODA DEL LENTO
pronto chi parla?

Ciao sono io e non posso rispondere. Lasciate pure un messaggio dopo il bip e sarete richiamati prima o poi

beep

Ciao, come stai? Sono l'indolenza giovanile degli anni zero, ci siamo sentiti un sacco di volte, ma non ti avevo mai telefonato... senti... non vorrei cominciare male la telefonata ma è da un po' che noialtri non ci si frequenta. Non dico che adesso siamo assieme, dobbiamo per forza avere un rapporto esclusivo.. anche perchè come sai bene io ho un'intera generazione di persone da accudire e quindi sono molto impegnata, e poi c'è questo nuovo progetto di accoglienza per gli under 17 che stiamo perr far partire.. allora sai com'è.. il tempo è sempre poco. Però lo sai bene, sono anni che bene o male io e te si gira assieme e si passa del tempo seduti, molto tempo se ci fai caso. Te lo ricordi, eh? Io, te e le versioni di greco? Quante risate davanti a tutti quegli scarabocchi.. e poi non capivamo se era aoristo o piuccheperfetto... e allora niente, si sfogliava un po' il vocabolario e giù a sparare record a raffica a campo mianto! Te lo ricordi? Tanto poi l'indomani mattina un modo si trovava per copiarla... E poi scusa, quando abbiamo scelto l'università? Faceva caldo, eh, quell'agosto? Potevamo evitare il test di selezione e l'abbiamo fatto... dio che bei tempi... Anche se, e qui lo so che sei d'accordo con me, il periodo più bello è stato quello dell'università: colazione a mezzogiorno e mezza, si pranza con calma, la televisione, un po' di risate – io te e la banda – e poi una partitella a carte e un giretto in centro, a cercare in biblioteca i libri per gli esami... e poi la vinaccia dell'osteria, le chiacchiere, i progetti sui quali si rideva su... che tempi Antonello, sono quasi commossa...

Vengo al dunque però, perchè davvero ho un sacco di robe da fare visto che c'è la crisi e la gente ha molto bisogno di me.. insomma ho sentito dire, ma spero di sbagliarmi, che ultimamente sta prendendo sempre più piede questa ridicola idea di realizzare le proprie idee attraverso l'abnegazione e la fiducia nel proprio lavoro. Ecco, a me viene da ridere. Ti ricordi cosa si diceva a proposito dei sogni, dei progetti, delle belle idee? Le faremo, ma domani. Adesso stappa una birra. E mi pare che con questo atteggiamento non ci siamo mai trovati male, no? Mi pare che siamo arrivati a ridosso dei 29 anni belli robusti e con un tot di capelli ancora in testa. Alla fine non ci siamo fatti mancare nulla, no? Amici, viaggi, un'istruzione, un lavoro minimo e dei rapporti sessuali. Mi pare che non ci sia niente di cui lamentarsi, quindi non capisco davvero perchè tu debba buttarti a testa bassa in questa cosa qui. Cos'è? Vuoi scopare di più? Vuoi i soldi? Che ci devi fare con sti amplessi regolari e con un reddito più alto? Sono solo problemi, lo sai bene!

Da nessun potere non deriva alcuna responsabilità. Non cominciare per paura di non finire. Sottostimarsi per non rimanere delusi. Lo sai bene quali sono le regole auree.

Mi pare che ci siamo no? Il cerchio si chiude così... siamo più o meno tutti sulla stessa lunghezza d'onda, io tu e gli amici tuoi.

Senti facciamo così: io ti lascio stare ancora un paio di settimane, il tempo che la vita ti metta davanti la sconfitta inevitabile, e poi usciamo a farci un giro. Anzi stiamo a casa, vah. Ci mettiamo al pc a scrivere scemenze su facebook, guardiamo le foto delle ragazze che non conosciamo e poi aspettiamo che qualcuno in casa cucini qualcosa... magari intanto facciamo un po' di chat con le tipe, che male non fa... che dici? Io non sto nella pelle.

Bello mio, parliamoci chiaro. Ci sono ancora migliaia di serate da stare a casa, centinaia di pacchi da tirare, milioni di impegni da evitare, piani da ridimensionare e tante tante tante sigarette davanti al PC. Storie d'amore da sabotare, amici da non andare a trovare, libri da lasciare a metà lettura e microeventi su cui costruire la propria esistenza. Quindi per favore torna alla base, ritrova lo spirito di una volta.. torna da me.

Ah, mi hanno detto di salutarti anche le droghe leggere, Championship Manger, alcuni reality show e il poker online... a loro manchi molto.. ma anche a me...

Ci sentiamo presto, mi faccio viva io.. un bacio forte.


click


23/10/2009,17:33
CARO DIARIO
questo disco non è un albergo


Caro carodiario,

qui le cose si fanno sempre più complesse. Questo dannato mondo dell'editoria musicale è un circo di psicopatici, il cui domatore sembra essere un anziano con l'Alzheimer.

Non che io ce l'abbia con le persone di una certa età, ma temo possano essere indicati tranquillamente come l'anello debole della nostra società, se prendiamo in considerazione le pensioni, le code negli uffici pubblici, gli autobus e i pacchetti di voti. Nonché i noiosissimi racconti sugli anni che furono. Grazie al cielo la natura farà il suo dovere, come sempre succede.

Insomma, l'altra volta, caro carodiario, ti ho presentato il mio progetto musicale che ormai pare essere a buon punto. Nel 2010 dovremmo uscire con il CD “A.G., ragazzo” e procedere con le strategie di promozione e vendita.

Nel frattempo sto CD bisognerà registrarlo, naturalmente. Fino all'altro giorno sembrava tutto a posto e saremmo dovuti entrare in sala nelle prossime settimane. Invece no.

Il Vecchio, il piduista produttore di questa fatica musicale, nonché ormai mentore, guru e padrino del figlio che un giorno mi nascerà, ha convocato di fretta una riunione nel suo Quartier Generale, un capannone a Dalmine.

A causa infatti delle recenti burrasche politiche nazionali, anche l'assetto del team di lavoro andrà velocemente cambiato, perchè le quote non sono più le stesse, sono cambiati i referenti e bisogna far lavorare gli amici che c'hanno bisogno.

E facciamoli lavorare, ma in fretta.

Allora, innanzitutto dobbiamo eliminare Paoletta & Chiaretta, perchè sono sovrabbondanti in quota UDEUR, dopo i fatti recenti di Mastella. Non ci si fida più perchè poi vengono fuori gli archivi segreti tipo “il Portaborse” e finiamo tutti sui giornali. A loro posto due signore anziane, le “Gemelle Chessa”, due sarde che negli anni 70 imitavano le più famose Kessler e che ora vogliono tirare su due soldi per la piccola azienda vinicola di famiglia. Loro sono amiche di un tizio del PDL sardo, sponda Forza Italia, colluso negli anni '80 con l'Anonima Sequestri e il bandito Giulianeddu. Visto che il bandito va all'Isola dei Famosi, magari ci fa comodo per la promozione, dice Il Vecchio.

Poi dobbiamo buttare dentro due tizi di AN, probabilmente i fonici, silurare due bianchi del PD che stavano alle chitarre e prendere due neri, dato che probabilmente Franceschini vincerà le primarie. Assicuriamo un paio di autori all'Italia dei Valori, che peraltro sono molto meglio di quelli autonomisti altoatesini del SVP che ci avevano dato prima e riesumiamo un coro di vecchie sdentate per il Partito Pensionati. Due sgallettate sballone al settore vendite e promozione, direttamente in quota Sinistra e Libertà, mentre le foto le fa uno di Rifondazione che sta con le pezze al culo che non riesce a vendere gli scatti del G8 di Genova. Tutta la post produzione la fa la Lega Nord, ma ad Avellino, che costa meno. Infine, sempre che non cambino ancora le cose, Forza Nuova ci dà 5000 euro se in coda alla ghost track mettiamo un messaggio al contrario che inneggia alle bonifiche dell'Agro Pontino volute da Mussolini. Si può fare, caro carodiario.

Nel frattempo sono in treno, direzione Dalmine, per partecipare al summit segretissimo voluto dal Vecchio.

Seduto in terra, tra uno scompartimento e l'altro, scopro cose interessanti.

Fumare in treno, infatti, costa oggi sette euro. Pure di meno se esercitate il diritto di oblazione e vi dichiarate colpevoli.

Tecnicamente fumare sul treno è vietato – un po' come tirare la roba fuori dal finestrino – solo che in questo ultimo caso ti beccano meno facilmente, ma con il rischio di incorrere in reati un po' più grossi, come l'omicidio. O cose del genere.

Invece, nel caso della sigaretta, il massimo che può succedere, oltre a pagare questi sette euro, è che Trenitalia si rivalga su di te nel caso in cui qualcuno intenti una causa nei loro confronti per averli fatti affumicare e quindi ammalare e presumibilmente morire.

Teoricamente non dovrebbe succedere. Ma non si sa mai, caro carodiario.

In ogni caso mi sento di far notare come l'abitudine di fumarsi delle sigarette nei vagoni fumatori, fino a quel maledetto 2002, fosse quasi indispensabile.

Interregionale Udine – Trieste, un'ora e quindici minuti, tre sigarette.

Se poi, come succedeva spesso in quegli anni, ti accompagnavi a certa gentaccia universitaria anni '50, le cicche diventavano anche sei o sette.

Questo per dire che faceva parte di una certa socialità tossica di cui il nostro mondo è schiavo e che, come spesso accade in questi tempi di crisi, comincia ad avere un prezzo.

Sette euro.

Vuoi fumare una sigaretta in treno? Paga sette euro.

Eviterò di tirare in ballo il post-capitalismo che picchetta le classi sociali come fossero pareti di roccia e fa pesare la salute della borghesia sulle spalle dei poveretti che non hanno sette euro per fumare, perchè mi pare un po' tirata per i capelli. Tuttavia se vi piace, fate finta che ci credo.

Insomma, seduto per terra all'entrata del vagone di questo regionale Venezia – Milano, mi sono chiesto quali sigarette possono effettivamente valere sette euro, senza scendere nell'infamia dell'oblazione.

Mentre me lo sto chiedendo, caro carodiario, un ragazzo del sudest asiatico mi chiede se con il nostro biglietto possiamo entrate nei vagoni, dove gli altri sono seduti. Gli spiego di sì, ma che non c'è posto qui, bisogna fare almeno tre vagoni a piedi scansando le persone. Gli faccio presente che non ne ho voglia. E si siede vicino a me.

Approfitto, giacchè sono giornalista, per rivolgergli la domanda sulla sigaretta da sette euro, ma lui mi guarda stranito e mi indica il cartello con il divieto, allargando le braccia. Chissà che direbbe Toni Negri.

In ogni caso mi permetto, ignorando il ligio asiatico, di continuare nella mia speculazione solitaria.

Sette euro per una sigaretta.

Dopo aver fatto l'amore, mi viene da pensare. Tuttavia fatico ad immaginare un folle amplesso nei confortevoli WC di Trenitalia, fra miasmi, porte socchiuse, spazi angusti e indispensabili punti d'appoggio lerci. Potrei più facilmente ipotizzare una più comoda fellatio, ma a quel punto fumare una sigaretta così, davanti alla partner, mentre lei cerca di disincastrarsi da sotto il lavandino di acqua non potabile, mi sembrerebbe un atto di eccessivo machismo.

Ci penso molto e la visuale dal basso, direttamente sui fondoschiena delle ragazze che sostano in piedi a fianco a me, non mi aiuta. Solo a scrivere, ad altro sì.

Effettivamente la legge antifumo è ben studiata, non trovo niente che valga sette euro di fumata che non potrei evitare sul treno, eccezion fatta per una scimmia colossale da nicotina che spero di non avere mai.

Pertanto mi dirigo verso orizzonti speculativi più generali, fingendo che ad un certo punto, nel casino del legislatore attento alla mia salute davanti, ma che mi inquina le prossime dodici generazioni da dietro, il divieto di fumare si estenda, dai treni, a tutto il resto della città, casa propria compresa.

E quindi anche la necessità di pagare ben sette euro ad ogni cicca accesa.

A cosa non potrei rinunciare?

Ci penso, caro carodiario. E ti faccio sapere.

Ora vado, che dobbiamo scendere. Sveglio l'asiatico e magari gli scrocco un passaggio in auto.

Ciao vè.

a.g.d.

12/10/2009,16:17
LA GENERAZIONE DEI PESCI ROSSI
sono cazzi tuoi



La generazione dei pesci rossi vive in una vaschetta enorme, ma più o meno frequenta sempre gli stessi posti, perchè altrove non sarebbe a proprio agio. E poi qua c'è tutto.

La generazione dei pesci rossi ama la sua sporcizia e odia quella degli altri. Purchè stiano tutti lontani dal loro giardino.

La generazione dei pesci rossi sguazza con vaga percezione da un bordo all'altro della vaschetta, risponde agli stimoli con consumata ed autocompiacente esperienza, sfidando i pericoli con la sicurezza di chi sa che prima o poi qualcuno si occuperà di filtrare l'acqua e lasciare le scagliette.

La generazione dei pesci rossi ha mamme premurose ed insicure, padri indaffarati ed approssimativi e fratelli lontani sempre anni luce.

La generazione dei pesci rossi ha paura degli aerei che volano basso, degli stipendi di chi li governa e di tutte le notizie che vanno sul telegiornale.

La generazione dei pesci rossi fa tesoro delle esperienze e costruisce in base ad esse il proprio sano progetto di vita, salvo fare un giro su se stessa, dimenticare tutto, e ricominciare inevitabilmente daccapo.

La generazione dei pesci rossi si sta ammazzando con le sue mani, perchè quando accende il computer lascia connesso anche il cervello.

La generazione dei pesci rossi ha studiato tantissimo, ma non sa mai niente.

La generazione dei pesci rossi non sa di essere una generazione, perchè è stata abituata a navigare a gomiti alti, a riconoscersi per differenze e a cercare nelle miserie altrui la pace della propria esistenza istantanea.

La generazione dei pesci rossi rifiuta le gabbie delle ideologie, perchè le ha viste massacrargli l'adolescenza.

La generazione dei pesci rossi suonava in cantina, sparava a Jurij e cercava se stessa in Erasmus. Poi ha acceso la televisione, ha aperto un account di posta e ha volato a Cuba cercando le foto del Che, trovandoci però soltanto le sue figlie che si vendevano. Adesso vomita aperitivi, piange sotto la doccia e – stesa su un lettino – dà la colpa agli anni '70.

La generazione dei pesci rossi non ce la fa. Poi va dal dottore e tira avanti fino alla prossima volta.

La generazione dei pesci rossi sarà l'unica che nel 2012 sicuramente non riuscirà a salvarsi.

02/10/2009,12:30
LA RAGAZZA TRASPARENTE
un'ardita favola per bambini


La ragazza trasparente abitava fra Biella e Viggiù, e faceva la giovane segretaria.
La ragazza trasparente era trasparente, anche se la potevi vedere. Si potevano notare i contorni, le forme morbide e snelle e i lunghi ricci neri che le si muovevano come una nuvola, quando si girava velocemente per salutare gli impiegati del suo ufficio.
La ragazza trasparente sembrava una ragazza normale, gentile con tutti – anche con le colleghe invidiose -, ma se le andavi vicino, magari per chiederle una penna bic, scoprivi con stupore che le potevi passare attraverso con lo sguardo e fissare gli occhi su quello che c'era dietro, dimenticandoti di lei.
La ragazza trasparente non sapeva di essere trasparente, altrimenti se ne sarebbe preoccupata, e nessuno glielo diceva perchè lei era cortese e premurosa con tutti, diceva buongiorno e buonasera, si ricordava dei compleanni e faceva certi biscotti che ti facevano sorridere solo a sentirne l'odore.
La ragazza trasparente aveva molti amici, una lunghissima rubrica telefonica e veniva sempre invitata alle feste, alle gite di gruppo e al cinema.
La ragazza trasparente era molto bella, quando usciva tutti i ragazzi prima o poi andavano a parlarle, le facevano i complimenti, le offrivano un bicchiere, le chiedevano come andava al lavoro e scherzavano con lei sull'ultima canzone che avevano sentito alla radio. Ma nessuno la invitava mai a cena.La ragazza trasparente aveva avuto dei fidanzati, tutti alti pressapoco così, e poi li aveva lasciati dopo un po', con un gran sorriso e un bacione sulla fronte, senza ricordarsi mai perchè.
Un giorno però le successe di essere triste, così, improvvisamente.
Era seduta sulla sedia del parrucchiere, a farsi girare i riccioli uno ad uno ed ebbe un pensiero brutto, di quelli che tolgono il fiato e fanno girare la testa.
Chiese alla parrucchiera, una signora bionda con i fianchi larghi come la sua mamma, se sapeva cosa voleva dire essere tristi, perchè per lei era la prima volta e non sapeva che fare.

- Piccola mia, non essere preoccupata. Tutti siamo tristi prima o poi... la felicità dipende da quello che abbiamo dentro di noi. -


La parrucchiera continuò a girare i riccioloni della ragazza trasparente, senza pensare a quello che aveva detto, perchè – se era vero che la felicità dipende da quello che abbiamo dentro – la ragazza trasparente dentro di sé non aveva nulla, nulla di nulla.
Quando la ragazza trasparente tornò a casa si mise allo specchio ad ammirare la capigliatura perfetta, si avvicinò di più e si rese conto per la prima volta che riusciva a vedere attraverso il vestito nero e che il suo volto scompariva, se cercava i contorni del letto dietro di sé.
Furono giorni terribili per la ragazza trasparente e pianse per tantissime ore, fino ad usare tutte le lacrime che aveva dentro. Ora che aveva scoperto di essere trasparente nulla era più come prima, il lavoro, gli amici, i fidanzati alti così e nemmeno i biscotti venivano buoni come quelli che faceva qualche tempo prima.
Decise di non parlarne con nessuno, e continuare a vivere come aveva sempre fatto, perchè fino ad allora era stata felice e nessuno le aveva mai fatto un torto.
Un giorno d'estate che era in fila per un gelato, la ragazza trasparente vide un ragazzo con lo zainetto, che le sorrise come se l'avesse incontrata per la prima volta dopo tanto tempo.
Non era così, era solo gentile, e la ragazza trasparente passò il pomeriggio con lui, scoprendo che il ragazzo con lo zainetto le piaceva molto, anche se era un po' più basso degli altri ragazzi con cui era uscita.
Il ragazzo con lo zainetto e la ragazza trasparente si vedevano sempre, si cercavano al telefono e provavano tutti i ristoranti della città, correndo da un cinema all'altro.
Il ragazzo con lo zainetto aveva molti dischi e a lei piacevano molto.
Un giorno, però, mentre ascoltavano un lungo pezzo di un pianoforte, il ragazzo con lo zainetto la abbracciò forte e le prese la testa fra le mani. Le disse che lui sapeva che lei era trasparente e che le voleva bene proprio per questo, perchè era come una grande scatola da regalo vuota, di quelle che puoi riempire con tutte le meraviglie del mondo e fare felice un milione di bambini. Le disse che finalmente aveva conosciuto una ragazza che fosse davvero sincera e che voleva stare con lei, per poterle passare attraverso quando le cose per lui non fossero andate bene trascorrere le giornate pensando che comunque fosse andata, alla fine sarebbe tornato dai suoi ricci e dal suo sorriso.
La ragazza trasparente non sapeva che dire, ed improvvisamente si sentì triste e preoccupata come quella volta dalla parrucchiera. Si allontanò dal suo abbraccio e gli disse che doveva andare, perchè aveva dimenticato un importante impegno di lavoro.
La ragazza trasparente disse al ragazzo con lo zainetto che si sarebbero visti presto, che ne avrebbero parlato a lungo e sarebbero poi andati a provare quel nuovo ristorante indiano vicino alla caserma dei pompieri.
Il ragazzo con lo zainetto non la rivide mai più.
Provò a cercarla, ma il suo telefono suonava sempre a vuoto e per strada non la incontrava più, nemmeno vicino alla gelateria dove si erano conosciuti la prima volta.
Un giorno però, sotto Natale, il ragazzo con lo zainetto stava passeggiando per il parco dando da mangiare alle papere e la ragazza trasparente gli passò accanto con la sua nuvola di capelli ricci.
Il ragazzo con lo zainetto si girò di scatto, come se avesse sentito un odore di biscotti, ma non vide nulla.
Solamente due bambini che prendevano a calci un pallone, rossi e infreddoliti come solo a Natale.

28/09/2009,19:16
I CARTONI PIENI DI LIBRI
post tiepido


Era il momento di fare le cose per bene, finalmente con ordine.

Perchè eravamo stanchi, distrutti e affamati. Per casa giravano gli scatoloni, ammassati l'uno sull'altro in sessanta metri quadrati di un quarto piano con ascensore lentissimo, che facevi prima a fartela a piedi. Arrivavamo lassù come due maratoneti, con il fiato rotto e i pensieri che si appannavano ad ogni gradino, sperando di trovare l'altro intento ad armeggiare con il forno o quantomeno con l'acqua che bolliva sul fornello.

Di solito facevo il giro largo ed approfittavo dei cingalesi in piazza per recuperare un paio di Peroni ghiacciate, lasciando a te il compito di aprire le finestre e liberare due sedie fra la montagna di roba che dovevamo sistemare ancora.

Anto non ti preoccupare che entro Natale sarà tutto a posto, vedrai.

Io ti credevo senza preoccuparmi troppo, perchè eri ostinata ed operativa come non ti avevo visto mai. Le fughe improvvise ed ingiustificate, i lunghi silenzi di giorni e il cellulare spento. Sembravano così lontani, ora che condividevamo lo stesso spazio calpestabile e le bollette.

Mi chiudevo il portone dietro di me, intercettando le folate di spezie che bollivano nelle cucine delle due famiglie al piano terra, salutando i ragazzi marocchini e i loro mille bambini, come se fossero loro i portieri dello stabile, custodi delle nostre intimità familiari. Erano sempre lì, e finchè ci restavano, non sarebbe successo nulla. A te e a me.

Avremmo avuto tutto il tempo per spellarci le mani con lo scotch e mettere in ordine tutto il casino che avevamo combinato l'estate scorsa, fra l'ospedale di tua sorella e le frustrazioni del mio editore.

Entro Natale, mi dicevi.

Passavano le settimane, ma quei cartoni sembravano sempre lì. Ci limitavamo ad aspettare il weekend, quando avremmo rinunciato alle dormite fino a tardi e a rigirarci affamati sotto il piumone autunnale e ci saremmo occupati delle prime necessità. I mobili e i tuoi vestiti.

Avevo preso qualche ora di permesso qua e là e mi ero concentrato sulle scatole dei libri. Era un'ottima occasione per metterli in ordine alfabetico, mantenendo la promessa che avevo fatto a mia mamma quando le avevo finalmente liberato la cantina. Austen, Ammaniti, Alcott. Avevo recuperato Piccole Donne quando mi ero messo in testa di riscriverlo, ambientandolo al giorno d'oggi, fra precariato e discriminazione sessuale. Poi non se ne fece più niente, anche se il manoscritto era ancora da qualche parte. In qualche scatolone, presumibilmente.

Mangiavamo male, perchè non sapevamo dove andare a cercare le pentole. Le bottiglie di vino stappate, le lunghe discussioni sul brasato e quel grembiule da cuoca sexy che ti avevano portato dall'Olanda erano stati sostituiti dai cartoni delle pizze e l'alluminio dei take-away. E dalla televisione.

Entro Natale sarà tutto a posto, mi rassicuravi durante la pubblicità.

Nei weekend successivi sei andata da tua sorella, a darle una mano a tenere i ragazzini mentre il marito era in viaggio. Io avevo continuato con i libri, Mc Luhan, Mastrocola, Mann.

Ai primi di dicembre comprammo il primo mobile, una lampada dell'Ikea da sistemare in corridoio, dietro la scarpiera. Avrebbe fatto la sua bella figura in salotto, quando avremmo recuperato un divano. Nel frattempo si limitava a donare luce alle tue borse piene di scarpe.

Almeno le scarpe le potresti sistemare in camera....

Dai Anto, c'è un casino in giro... ci mancano solo le scarpe...

Poi la busta delle scarpe sparì, perchè le avevi portate da tua sorella, così come gli unici vestiti che erano riusciti ad entrare nell'armadio, le creme da bagno e i pesci rossi.

Mentre incastravo gli ultimi volumi in libreria scoprii di essere rimasto da solo.

Perchè forse è troppo presto, perchè non volevi fare l'albero , ti mancavano le cose di prima ed ormai era impossibile andarle a recuperare. E russavo troppo forte. Stavolta non ci potevamo fare davvero nulla – mi dicevi – e non era colpa di nessuno. Avremmo dovuto fare le cose in ordine, non così, e comportarci come fanno tutti gli altri.

Walcott, Weiss, Wu Ming.

Finito. Ora sono in ordine.

20/09/2009,20:19
CARO DIARIO
la giungla editoriale


Caro carodiario,

tutto a posto? Spero di si.

Io sono letteralmente eccitato, così tanto che mentre scrivo devo tenermi un padellino vicino per evitare di farla qui, alla scrivania.

Ti ho spesso parlato della mia vera passione, l'unico obiettivo esistenziale che sto veramente perseguendo, il motore immobile di qualunque mia scelta.

Qual è?? Ma naturalmente la musica!

La guerra, le ragazze, i piccoli conflitti lavorativi di ogni giorno e il carburatore della vespa scompaiono dall'universo quando posso finalmente fare la mia musica.

Sono alla svolta, caro carodiario, quella che tutti i più grandi artisti descrivono come un balzo ardito, dalla cameretta ai grandi palchi.

Tra pochissimo tutti potranno conoscere il piccolo A.G. Dinapoli, e lo potranno scoprire nella sua veste più vera, ispirato da ansie e gioie, sferzato da ingegno e passione, rotto in lacrime dal pianto di un bambino lontano ed estasiato dal tramonto che si cela dietro le nubi tossiche di un vecchio impianto siderurgico. E' venuto il momento, caro carodiario, che il mio disco venga finalmente prodotto e distribuito.

Tralascerò per ragioni di tempo e spazio tutti gli stratagemmi più penosi che ho dovuto adottare per attirare l'attenzione di un discografico di medio/basso livello, di quali debiti mi sia accollato sul groppone, dei compromessi con la dignità e di quella firma vergata a lettere di fuoco che il diavolo ha voluto che apponessi sulla mia anima.

Sappi solo che “Il Vecchio”, soprannome con cui d'ora in poi chiameremo il signore anziano (molto molto anziano) che mi sta seguendo in questa avventura, mi sta sponsorizzando con successo nell'ambiente della musica che conta e che ho recentemente ricevuto una seria proposta editoriale.

Diciamo, caro carodiario, che la mia idea iniziale si è dovuta piegare un po' davanti a certe esigenze del mercato e se all'inizio si poteva parlare di un disco intimistico, dalla forte urgenza creativa e di rottura nei confronti della poetica di oggi, possiamo invece affermare che  si tratta ora di un gran polpettone. Un gran bel polpettone, per carità, ma Il Vecchio ha voluto che ci mettessi dentro qualcosa di più, qualcosa che facesse veramente ingolosire le charts e che fosse finalmente libero da qualunque velleità postmodernista. Insomma, fuori le parole difficili, qualunque accenno alla politica e a presunti disequilibri sociali presenti nella società e dentro amore, sesso anelato, cuori spalmati, cover a manetta e duetti come se piovessero.

Il tutto orientato verso i giovani, in particolare – e qui cito Il Vecchio – quei ragazzi di sinistra che si possono convertire.

"Convertire a cosa?" - gli chiedo - “Lascia stare, me la vedo io” - risponde Il Vecchio.

Ah, caro carodiario, mi sono dimenticato di dirti che Il Vecchio aveva la tessera numero diciotto della P2.

Insomma, dopo ore di battaglie durante le quali Il Vecchio mi dava i suoi consigli paterni da volpone improvvisato della discografia, siamo arrivati ad un demo abbastanza ragionevole.

Il titolo dell'album sarà “ A.G., ragazzo.

Io ho fatto subito notare che il titolo avrebbe ricordato a molti la triste vicenda di Carlo Giuliani e i massacri di Genova 2001, vicenda rispetto alla quale io avevo un'opinione ben precisa, vagamente dissenziente dall'approccio del pensiero dominante della politica attuale. Insomma poteva sembrare una maniera un po' vigliacca di accaparrarsi il consenso di qualche ragazzo idealista, considerata la morte di un manifestante di vent'anni in quel particolare momento storico. Il Vecchio si è limitato ad umettarsi le labbra soddisfatto.

La copertina, e questa è tutta farina del mio sacco, prevede la presenza in primo piano di una bella ragazza con gli occhi azzurri, in avanzato stato interessante, che ammira sullo sfondo uno stabilimento petrolchimico che pompa fumo bianco.

Tutto questo per richiamare, caro carodiario, il singolo trainante dell'album: l'ormai celebre “Il mio cuore è un termovalorizzatore”.

Per farla breve ti descrivo la scaletta dei brani:


  1. "Intro": è un pezzo recitato, un breve monologo scritto dal Vecchio (che ci teneva) ed interpretato da un coro composto da ragazzi del Seminario Arcivescovile di Bergamo. Parla di come sia bello dedicare la propria vita ad un certo “Lui", la cui identità non viene mai specificata. Ah, i ragazzi del Seminario ci metteranno a disposizione la sala di registrazione a titolo gratuito per incidere l'intero album.

  2. "Il mio cuore è un termovalorizzatore": di questo pezzo ho già parlato e non vorrei dilungarmi. Al posto di Al Bano, però, canterà con me il giovane Alessio, nuova star neomelodica partenopea.

  3. "La patata": in questo caso Il Vecchio ha voluto giocare sul doppio senso della parola. Non credo che vada specificato il tenore del pezzo, sappi solo, caro carodiario, che è un modo – dice Il Vecchio – per strizzare l'occhio ad una certa goliardia che sta ormai scomparendo nel cantautorato italiano. Scuola anni '90.

  4. "Amore ti lascio la palma". Si tratta di un pezzo etnico, ricco – anzi strabordante – di bonghi, congas, fischietti e trombette. Una cosa arabeggiante sullo stile di “tu vo' fa l'americano”. In buona sostanza si tratta di una storia d'amore fra due arabi della moschea di Torino che si amano molto, ma che sono costretti a separarsi perché lui fa il kamikaze in un attentato in un centro commerciale a Dalmine. Tutto il pezzo tratta con vaghissima leggerezza, quasi con compiaciuta superficialità, il tema del pregiudizio. Il pregiudizio del Vecchio, quantomeno

  5. “Culi bassi”. Cover del celebre pezzo dei Tre Allegri Ragazzi Morti “Occhi bassi”. Si prendono in giro le ragazza chiattone.

  6. "Amore/amaro". C'è poco da dire, salvo che per tre minuti e quaranta una vocina effettata ripete amoreamaroamoreamaro come un mantra, mentre la cassa dritta e un po' di bassi vuoti tengono il tempo. Tutto qua.

  7. "Napoli difficile". Parabola del sud Italia, dove fra camorra e delinquenza e monnezza alla fine trionfa il grande cuore dei meridionali. La famiglia, i santi e tavolate imbandite. Cantata con Eugenio Bennato che ha registrato tutto via skype, senza mai presentarsi in studio.

  8. "Taglietti sulle braccia". Altro duetto, anzi siamo in tre. Paoletta & Chiaretta (due trentacinquenni cugine, starlette dei locali della bassa bresciana) scimmiottano le più celebri sorelle Iezzi, solo con un look decisamente più emo ed adolescenziale. Il pezzo parla proprio del cutting, pratica autolesionistica molto in voga negli ambienti emo.

  9. "Un'idea di Prodi". Cover di un gran pezzo dei Diaframma, solo che al posto di “Paola” c'è Prodi. Così cambiato il pezzo non ha senso, ma Il Vecchio mi ha detto che un po' di sottile satira politica andava fatta. E allora l'abbiamo fatta.

  10. "I miei pesci rossi sono gai". Non gay, ma gai. Il titolo l'abbiamo cambiato all'ultimo per le solite ragioni di mercato. E' una bella storia di animali domestici che si amano al di là delle differenze di genere e nella loro vaschetta trovano le felicità che nel laghetto non avevano. Una parabola del mondo d'oggi, intollerante alle diversità e un inno al rispetto della dignità di tutti. Il pezzo è solo strumentale.

  11. "Il mio cuore è un termovalorizzatore" (radio edit). E' uguale all'originale, ma senza gli otto minuti iniziali di rumori da smaltimento rifiuti e gabbiani.

  12. "Il mio cuore è un termovalorizzatore" (rave remix). Remixato da Sandrino DJ, uno scoppiatone tossicodipendente degli anni '80 che vantava dei crediti nei confronti del Vecchio

  13. Ghost Track. Vasco Brondi ed io reinterpretiamo alcuni celebri brani del Rugantino. Senza Giorgio Canali, che siamo riusciti a distrarre con un giornalino porno durante tutta la registrazione.


Bene, mi pare tutto.

Ora vado, caro carodiario, che ho appuntamento dal parrucchiere. Il Vecchio vuole che mi faccia il ciuffo come i dARI e mi faccia poi mettere un bypass gastrico per arrivare in forma alle ospitate televisive.

Ti faccio sapere.

TVB

a.g.