01/07/2009,12:41
A TIRAR SU MURETTI
chi non lavora...


Ci possiamo mettere a costruire anche un mattoncino al giorno, piano piano, come le formiche. Un pezzo oggi, uno domani, e tempo qualche mese avremo tirato su delle belle mura possenti e dovremo dolo decidere di che colore imbrattare le pareti.

Che cosa va di moda quest'anno? Il viola e il nero. E noi le facciamo viola e nere, perchè, che diamine, dopo tutto questo lavoro ci mancherebbe anche che la gente deve entrare in casa nostra e dire “si bello, per carità, però sto colore non ci sta per niente

E' molto importante, e dobbiamo saperlo sin dall'inizio, che ci mettiamo l'anima in pace che un sacco di mattoncini non serviranno a niente. Si, ci daranno il ritmo, ci regaleranno lo spunto per i mattoncini che metteremo su nei prossimi giorni, ma stiamo pur certi che alla fine del lavoro avanzerà un sacco di roba.

E con tutto questo materiale abbandonato, nascosto in una stanzetta, che ci facciamo?

Ce lo teniamo, naturalmente.

E' peccato buttarlo via, cestinarlo senza pensieri, considerato tutta la fatica che proprio quel giorno, quando avevamo litigato con quella là e invece di uscire a conoscerne altre, siamo rimasti a casa a lavorare di piccone e cazzuola. Poi, e questo è un segreto, in questo lavoro non si butta via niente. Prima di tutto siamo così gelosi e possessivi rispetto a quello che abbiamo preparato, che mai e poi mai accetteremmo di vederlo finire nell'immondizia, come un qualsiasi pezzo di muretto a secco di un qualsivoglia operaio svogliato e senza idee. E poi, e qui ci costa molto ammetterlo, non è che potremo girare a meraviglia tutta la vita. Dobbiamo anche considerare che ad un certo punto le cose potrebbero andarci così bene da non avere la minima voglia di passare il tempo a menare le mani col cemento, preferendo magari la compagnia di un'altra, ma magari un pochino meno complicata di quella di prima, oppure semplicemente avremo voglia di metterci a guardare le vecchie foto e contemplarle con qualche amico mentre ascoltiamo una cassetta di quando eravamo adolescenti. Insomma, a noi piace sì sporcarci le mani, ma ci piacciono ancora di più le pacche sulle spalle, i premi produzione e soprattutto le ferie meritate.

Perchè, si sappia, questo è un lavoro molto duro, sebbene qualcuno, in genere molto invidioso, è pronto a giurare il contrario. Siete dei privilegiati, ci dicono. Ah certo, tutti sono buoni a fare fatica se viene spiegato loro come si fa. Tutti quanti, o almeno quasi tutti, da ragazzini hanno imparato a riconoscere i materiali, a saperli combinare senza sbagliare e a suon di cazzotti sono stati persino in grado di metterci un pochino d'anima, meritando i loro dieci minuti di inno al prodigio.

Ma noi siamo di un'altra pasta. Noialtri raccogliamo la polvere da terra e la trasformiamo in un tortuoso grattacielo, di quelli che ti chiedi come facciano a stare in piedi senza cascare, e man mano che sali, piano dopo piano, sei così eccitato dalla paura di poter finire d'un tratto sfracellato al suolo, che ti senti addosso la febbre che non hai mai provato, quella che ti spinge a fare un altro passo per scoprire finalmente dove arriverai. E quando sarai in cima, con i piedi gonfi e il sudore che ti scende dalle guance, ti accorgei che tutto sommato non è stata così dura, ma quel figlio di puttana che l'ha messo in piedi questo grattacielo maledetto deve averci avuto due palle così.

E così che andiamo avanti, noi. Fra i fischi di chi ci considera dei mitomani sfaccendati e le carezze di chi ci ha sempre creduto.

E ci piace così, è inutile far finta di portare la croce.

Poi però viene la parte più difficile del nostro lavoro, quella che sanno fare bene davvero pochi di noi. E' un passaggio obbligato, davvero incomprensibile. Tanti si rifiutano fin dall'inizio, perchè non ne comprendono l'utilità, altri di noi ci provano a farne a meno, ma poi si ritrovano con le mani nella sabbia a chiedersi come mai non sta in piedi neanche se la mischiano con l'acqua e si rendono conto che è venuto il momento anche per loro. Altri ancora, davvero in pochi, sanno già come andrà a finire e, non appena l'ultimo degli spettatori si sarà allontanato dalla grande opera, accenderanno la miccia e la fanno andare giù.

24/06/2009,23:28

A CHIAMARLA SVEGLIA SI SAREBBE FATTO UN TORTO AL MATTINO, AL SOLE CHE SORGE, AL CANTO DEL GALLO E PERSINO ALLE URLA DELLA MAMMA.

ogni cosa nel suo posto corretto.

Dovendo decidere se trovarmi disteso, seduto, o semplicemente appoggiato con gran parte della superficie del corpo su qualunque oggetto dalla consistenza appena appena accogliente, in quel periodo preferivo di gran lunga assecondare i movimenti spontanei imposti dal mio pensiero e concatenarne altri, magari meno naturali di quelli iniziali, in un interminabile vortice di azioni e spostamenti.

Non riuscivo a stare seduto correttamente in nessun momento della giornata, pertanto ero solito impennarmi con due gambe verso avanti, sospendermi nel bilico di una schienata, cambiare ossessivamente accavallamento delle gambe e cercare una scusa buona per alzarmi e procedere con il moto. Vado al bagno – ci sono già stato – allora vado a controlalre il cellulare – ma ce l'ho in tasca – manca il sale – vado a prenderlo io.

Anche se stavo in piedi, sentivo comunque la necessità di cambiare spesso oggetto del mio sguardo, costringendo gli occhi a mettere a fuoco un oggetto o persona diversa ogni dieci secondi, sperando che gli oggetti (o le persone) non finissero. Mi rendevano meno impegnativa la mia giornata alcuni gesti consolidati e ritmati, come l'aspirazione del fumo, lo combinazione per il blocca-tasti del telefonino, la pulizia delle lenti degli occhiali e la cintura dei pantaloni che scivolava spesso sotto la pancia. Tutto questo per non cadere.

Certo, era quello il problema.

Mi ero convinto che se non mi fossi mosso in continuazione sarei caduto certamente. Il timore non era quello che mi mancassero d'un tratto le forze – altrimenti di certo le avrei risparmiate, invece di muovermi continuamente - o che improvvisamente il sangue al cervello finisse di arrivare e mi trovassi steso a terra. La sensazione, quando per un attimo rinunciavo per sfida ad ondeggiarmi sulla sedia o a far partire con un piede la grancassa dal divano, era quella che tutto attorno a me cominciasse ad accartocciarsi. Si aprivano le quattro gambe della sedia, come schiacciate da una pressa invisibile, il divano si avvicinava alla televisione per poi allontanarsi come comandato da un elastico e lo schermo del computer iniziava a sfarfallare liberamente, come quando viene ripreso da una videocamera. Per questo motivo sentivo addosso la responsabilità ossessiva del collasso del mio universo, la pericolosa sensazione di non poter perdere nemmeno un'occasione per salvarmi dal buco nero di quello che sarebbe successo se non mi fossi alzato, se non avessi cercato un altro punto da guardare o non avessi cambiato subito canale.

Tutti credevano fossi in un gran momento, pieno di iniziativa e voglia di fare, ma confondevano i miei impeti energetici con la necessità cinetica di non ritrovarmi rinchiuso in un bozzolo fetale. Mentre il loro amico cavalcava fieramente le giornate e rimbalzava da un aperitivo all'altro rifiutando sedie, sgabelli e chiacchiere più lunghe di qualche interminabile minuto, in realtà stava semplicemente consumando dentro il terrore che la benzina finisse e che si spegnesse la luce. E che cadesse tutto.

Passavano i giorni, le settimane, e la furiosa catena del movimento e della paura sembrava non fermarsi. Ad ogni passo se ne aggiungeva un altro, uguale e necessario, ma più lento e faticoso e ogni sveglia che suonava era sempre preceduta da un paio d'ore d'imprescindibile attività mentale.

Grazie agli spostamenti continui era diminuita la fame, era aumentato l'acido lattico in circolo e si erano alleggeriti i rapporti umani, diventati sottili ormai come le figurine dei calciatori. Gli occhi iniziavano a bruciare e le palpebre riuscivano a compiere la loro corsa soltanto fino a metà, perchè tutto il corpo era impegnato a sostenere a fatica la lunga marcia di un maratoneta attraverso le sue interminabili giornate e il cervello riusciva a malapena a controllare che tutto fosse nel suo posto corretto. E ci rimanesse.

Poi successe quella cosa strana, e cominciai a fidarmi.

Ma è ancora troppo presto per scriverne.



15/06/2009,18:57
CARO DIARIO
il mio cuore è un termovalorizzatore


Caro carodiario,

vorrei che facessimo chiarezza sulla nostra relazione. E' inutile che te lo nascondo, l'hai potuto capire da molti segnali, ma il nostro rapporto è un po' in crisi. Potrei dirti che sono in un momento particolare, che il lavoro mi assorbe, che sono in un periodo di ridefinizione dell'universo a me circostante, dei miei affetti. Non sarebbe vero. L'onestà sui cui abbiamo sempre improntato il nostro legame mi impone di essere sincero. La verità è che c'è un altro. Un altro carodiario. Un altro carodiario molto più giovane di te e più fresco e vivace. Non so quanto durerà, ma ho deciso di stare con lui. Sappi però che non ti dimenticherò mai, sei un carodiario fantastico e pieno di risorse, farai grandi cose nella vita e presto o tardi incontrerai un altro blogger che ti saprà valorizzare come meriti.

Nel frattempo, come quelle coppie che fanno sesso anche dopo che si sono lasciati, facciamo un richiamino pure noi.

In questi giorni mi stavo interrogando, carodiario, rispetto alla questione della sicurezza privata e alle ronde di militanti politici che non vedono l'ora di mettersi insieme, vestirsi da finti sbirri e girare per la città a fare i galletti molestando le categorie sociali più deboli e già emarginate, come gli immigrati, i gay, i giovani sbandati e gli scrittori. A parte che io la vedo come una vera e propria devianza sociale, nel senso che se queste persone coltivano come loro massima aspirazione il girare per i quartieri battendo il ritmo al suono dei manganelli, battendosi il cinque ad ogni negro che scoprono a pisciare dietro un muro, probabilmente è perché non hanno niente di meglio da fare. Quindi è un problema di alternative, e siamo proprio noi, noi giovani che apparteniamo alla società, a doverci preoccupare per loro e fornirgli delle occupazioni diverse per svagarsi, come ad esempio giocare a bocce o camminare per i boschi, oppure consigliare loro di accoppiarsi con le loro mogli. Insomma, ribaltiamo la situazione e vediamo pure che è tutta colpa nostra.

Rispetto poi a coloro che hanno paura che da un momento all'altro tutti sti militari – finti o veri che siano – facciano un golpe e ci ritroviamo in una dittatura, continuo a coltivare la speranza che qualcuno di buon cuore venga a bombardarci come si deve, un po' come si faceva una volta.

Oltre a questo, carodiario, volevo aggiornarti rispetto ad alcuni miei nuovi progetti artistici.

Lo sai che mi sono sempre dilettato con la scrittura ed ora ho deciso di metterla finalmente a disposizione di tutti. Di tutti voi che mi sostenete da tantissimi anni.

Ho scritto un pezzo, una sorta di manifesto dei nostri anni, qualcosa che mettesse in luce la difficoltà dell'uomo di oggi a rapportarsi con la riparametrizzazione dei limiti suoi e della società, affrontando temi molto scottanti come l'amore, il sesso, la situazione politica in Campania, la mafia e l'ecologia.

Il pezzo in questione è un pezzo musicale, un testo melodico ma ficcante che ho scritto e proposto ad un grande artista italiano, che proprio oggi mi ha risposto dicendomi che lo porterà al Festival di San Remo. Ci pensi, carodiario, A.G. Dinapoli al Festival! Dio che emozione! Bella storia, eh.

L'artista che darà l'anima alle parole e alla musica che ho composto durante questi lunghi mesi insonni è il grande Al Bano, corregionale.

Posso darti qualche indizio, carodiario, e svelarti alcune cose come ad esempio il titolo.

La canzone si chiama “Il mio cuore è un termovalorizzatore”, e come ti ho scritto poco fa, affronterà il tema dell'ecologia, dei rapporti fra uomo e donna (che sono sempre una monnezza) e della delicata situazione napoletana legata allo smaltimento dei rifiuti.

Perché ho scelto Al Bano? Perché lui è uno sensibile, che ama l'Abruzzo, se l'Abruzzo sta male, che ama sua moglie, se questa c'ha un problema e se nessuno gli dice un cazzo, lui canta canzoni molto generiche sull'amore, così si salva e comunque fa contenti tutti.

Un brav'uomo, forse un po' colluso con certi ambienti, ma comunque un brav'uomo.

Ora, carodiario, giacche so bene che non stai più nella pelle dei tuoi byte, ti scrivo un pezzettino del testo, diciamo il ritornello.


Il mio cuoreeeee/ si il mio cuoreeeeee

è come un termovalorizzatoreeeeeeee/

lui prende la monnezza del mondoooo/

e la brucia fino in fondooooo/

non sporca tantissimooooo, non produce troppe tossineeeeee/

ma nessuno lo vuole ne suo paeseeeee/

perchè puzza/

però almenoooo/ rompiamo il cerchio degli appalti pilotatiiiii/

e la camorraaaa/

forse non si arricchisceeeee/

(anche se dovremmo imparare a fare la differenziataaaaa/ e a consumare menooooooo)


Ecco, questo è il testo del ritornello. Calcola che Al Bano ci piazza qua e là un po' di acuti al laser come solo lui sa fare, e vedrai che sta roba avrà più successo di Cara Terra Mia.

Io spero di iniziare, carodiario, una grandissima carriera artistica. Male che vada scriverò un romanzo noir ambientato in Lombardia.

Ciao, ve.

A presto.

a.g.d.

02/06/2009,19:31
I MOSTRI NELL'AGENDA
sorridi - clic -


Rimanevo stupito ogni volta, quando la ritrovavo in un cassetto fra le vecchie cose.

Ci eravamo incontrati per sbaglio in centro, io mangiavo un gelato e tu cercavi in mezzo alla gente una faccia che andasse bene al tuo obiettivo. Mi ritrovai per caso fra te ed alcuni bambini indiani che rincorrevano un piccione, e mi mandasti a quel paese, perchè ti avevo rovinato lo scatto che valeva l'intera giornata.

Mi proposi subito di rimediare a tanta indifferenza artistica e ti convinsi a farmi interpretare il giovane studente tormentato che affogava i suoi pensieri distruttivi negli zuccheri chimici di una pessima gelateria del lungomare.

Non funzionò, perchè io quella faccia lì non la sapevo proprio fare.

In compenso mi chiedesti subito di quella strana agendina con cui andavo in giro, stretta nella mano libera come il breviario di un prete di campagna. Lì dentro la dottoressa mi aveva insegnato a litigare con il mondo e a disegnarci dentro i mostri, tanto per averli sottomano in ogni momento.

Mi convincesti con un sorriso ad aprire la prima pagina, dove custodivo alcuni dei miei ritratti più riusciti.

I miei genitori lontani e quel lavoro del cazzo che mi faceva superare la soglia di povertà di almeno cinquanta euro erano tracciati con mano sicura, consapevole di aver lavorato dalla bozza all'opera finale con maniacale consumata consapevolezza, sottraendomi ad un divano scomodo per mal di stomaco per lasciarmi andare alle solite ore di scrittura e mancate relazioni con l'esterno.

Quei mostri lì non ti piacevano, perchè erano puliti, asettici, disanimati. Avevano perso la natura della propria esistenza e li avrei potuti trasformare in numeri, soltando applicando una tabella preparata da chissà chi.

Lasciai perdere subito le pagine affrescate dalle ingiustizie generazionali, dalle manifestazioni irrazionali della violenza della natura umana, le scadenti prestazioni del karma e il mondo che ci comandava, quello che viaggiava a nove zeri e si giustificava solo sottendendo una ragione in più, qualcosa di inafferrabile e irrintracciabile, buona soltanto per un brutto romanzo o per una voce ambigua di wikipedia.

Arrivai allora a mostrarti le ultime cose, quelle più recenti, e ti si aprirono gli occhi istintivamente, come quando ci si butta in mare e si cede alla tentazione di scoprire di che colore è l'acqua, sfidando la salsedine.

Ti mostrai quanto mi era difficile in quel momento definire il mio sguardo mentre lasciavo quel poveretto da solo, prendendo un treno che mi portasse lontano da casa sua e da quella loro convivenza imprecisa e rabbiosa, viziata dalle minacce e dai sensi di colpa . Io che lo avevo raggiunto poche ore dopo l'ambulanza, con la stessa intensa passione con cui si va a soccorrere un compagno ferito durante la rivoluzione, ma che mi ero ritrovato subito nell'occhio del ciclone, a chiudermi il naso e a soffiare cercando di stapparmi le orecchie, raccogliendo qua e là i pezzi che di volta in volta il vento isterico di una giovane donna di vent'anni ci tirava appresso.

Ti feci vedere quel breve tratteggio pallido, dove ero chiamato a spiegare a lui, mio fratello minore, perchè la montagna era esplosa e di quanto sarebbe stato comunque difficile arrivare al mondo che c'era oltre.

Ti lasciai sorridere, perchè mi ero ritratto piccolo e senza occhiali. Così come mi vedevo.

Presi una pagina bianca e provai a mostrarti quanto fosse ingiusto e doloroso scoprire il limite delle nostre relazioni, dell'inutilità feroce contro la quale la nostra testa e il nostro stomaco, nello slancio di generosità piu vero, a volte si infrange contro lo strano modo che le persone che amiamo hanno di vivere la sopravvivenza e la propria realizzazione esistenziale Di come certe volte l'inadeguatezza si trasformi nell'istinto della fuga, e di come questo ci riporti ogni volta dal nostro carnefice, perchè ne vogliamo ancora e vogliamo riuscire ad amarlo comunque. Così ti disegnai la vita delle persone, come un cerchio invisibile mosso da frustrazione e confuso appagamento.

Tu osservavi tutto con scrupolo e pazienza, voltandoti di quando in quando verso di me, cercando di scoprire se dietro quel racconto che mi stava tagliando il fiato si nascondevano anche le lacrime di un uomo di novanta chili.

Quando girai l'ultima pagina mi chiedesti di chiudere l'agenda e di voltarmi verso il mare.

Così feci, e respirai profondamente quasi fossi stato laggiù, in apnea. Lo scatto arrivò morbido e delicato come la puntura di una vecchia infermiera e non mi fece male.

- Questa te la mando. -

- No tienila tu. Me la vengo a prendere quando ne avrò bisogno. -
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26/05/2009,19:53
GUSTAVO
non si butta via niente



Erano le tre del pomeriggio e avevo disertato la riunione al sindacato.

Non so perchè ci andassi ancora, in mezzo a quel gruppetto di depressi post idealisti, ma erano ormai dieci anni, da quando mi ero laureato, che una volta al mese partecipavo alle loro assemblee.

Da allora non era successo molto, il precariato era diventato pian piano un fatto ordinario e le strategie che i compagni mettevano in atto non avevano portato a nessun risultato veramente confortante. Eravamo rimasti grosso modo gli stessi, dopo dieci anni, a raccontarci le sfighe nostre e quelle dei nostri colleghi, maledicendoli per non aver voglia anche loro di partecipare alle assemblee e rimpiangendo i bei tempi – quelli che io avevo vissuto dalla mia cameretta di bambino- in cui il sindacato bloccava la città, il paese, il mondo intero. Passavamo molto tempo a ricordare l'un l'altro che nessuno ci stava a sentire, che i governi passavano ma le cose andavano sempre peggio e che sempre meno gente ci credeva.

Dieci anni fa c'erano molte più ragazze in sindacato.E quindi ne valeva più la pena. Provai a dirlo, fra il serio e il faceto, durante una delle scorse riunioni, ma la mia riflessione cadde nel silenzio e la parola passò ad un altro che propose di coordinare le nostre iniziative di precari della scuola con quelle degli operai delle aziende in crisi. Tutti erano d'accordo e ce ne andammo a casa. Non se ne riparlò più.

Il sindacato mi faceva la dichiarazione dei redditi gratis e mi teneva costantemente aggiornato sulle leggi che regolavano le graduatorie al provveditorato. In nessun altro modo avrei potuto sopravvivere nella giungla burocratica e sicuramente mi sarei perso per strada, isolandomi da i miei colleghi. In questo modo, invece, riuscivo a tenere lontano il timore che prima o poi avrei lasciato la scuola per dedicarmi a tempo pieno alla vendita della droga e alle frequentazioni border-line dell'ambiente dei tossici. Mi tenevano vicino alla realtà della gente normale, i compagni depressi, e per questo mi piaceva stare con loro.

In compenso non partecipavo mai alle discussioni politiche poiché certa astrazione mi portava distante dal piano rispetto al quale avevo costruito la mia idea del bene e del male, un piano che si sviluppava di solito di notte e che imponeva di avere sempre un oggetto metallico in tasca.

Nonostante la lunga militanza fantasma non avevo molti amici, ad esclusione di Gustavo. Gustavo era un vecchietto di quasi settant'anni con un passato di quarant'anni di catena di montaggio in acciaieria. Mani grosse e rovinate, dialetto stretto e una tosse da malato terminale erano gli unici resti di quella che era stata una delle figure più solide dell'allora servizio d'ordine del PCI. Gustavo frequentava tutte le assemblee del sindacato, di qualunque categoria fossero, purchè ad un certo punto potesse prendere la parola ed insultare pesantemente tutti i giovani (sotto i 50 anni) accusandoli di essere – per così dire – mezzi uomini nati male ai quali avevano sottratto gli attributi mentre i padroni facevano di loro degli oggetti sessuali.

Diventammo amici quella volta che due anni fa si presentò ad una riunione con una vecchia P38 degli anni '60, chiedendo a tutti di seguirlo per un veloce addestramento rivoluzionario.

Fu invitato ad uscire timidamente dal segretario, un omino piccolo come un puffo e dalle preferenze sessuali dubbie, ma soltanto la mia proposta di andare a bere un Braulio in osteria risucì a convincere il subcomandate Gustavo ad abbandonare l'aula.

Da allora, ogni mese, gli offro l'unico bicchiere che sua moglie gli concede di bere e sto lì a farmi raccontare un po' di storie, comprendendone, a causa della tosse e dell'idioma, solo la metà.

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18/05/2009,23:20
ME AND MY MONKEY (20)
mai parlare con una scimmia che sa sempre tutto


ME: “Ciao. Posso confidarmi con te per favore? “

MY MONKEY: “Non so... le altre persone normali che conosci dove sono?”

ME: “Stanno facendo l'amore...”

MY MONKEY: “Ok, dimmi allora.”

ME: “Senti, io sto facendo una cosa. Una cosa a cui tengo molto... ma arrivato quasi alla fine, non so perché... insomma... mi blocco... e poi... boh... tu come la vedi?”

MY MONKEY: “Tutto qua?”

ME: “Ehm.. si.”

MY MONKEY: “ A meno che non si tratti di qualcosa di strettamente sessuale, rispetto alla quale non saprei consigliarti altro se non di considerare l'altro essere vivente come un pezzo di carne su cui sfogare i tuoi istinti animali più bassi alla ricerca della forma più primitiva di realizzazione, direi che sei fottuto. Ad andarti bene sei finito in un blocco che non supererai mai, perché hai caricato il tuo obiettivo di così tante aspettative esistenziali, che giunto al termine del tuo percorso – oppure alla fine di una tappa fondamentale – sei arrivato anche molto vicino alla dimensione più critica del tuo operato, quella in cui finalmente viene esposta ai giudizi del mondo perché dalla fantasia innocua di un ragazzino alla ricerca di se stesso si è trasformata in un oggetto fisico, la dimostrazione lampante delle tue reali capacità e quindi di te stesso. Sei fottuto, amico mio, perché tutti quanti siamo pronti a vedere il tuo bluff. Se hai giocato bene e non hai sovrastimato le tue carte come un pischello al tavolo da gioco, forse ne uscirai senza le ossa rotte. Altrimenti, cosa che reputo più probabile, sei semplicemente ad un passo dalla costatazione che tutti i limiti che ti ponevi, pensando fossero solo una maniera pigra di stimare le tue potenzialità e quindi solamente un freno adolescenziale al completamento della tua impresa, sono in realtà la percezione precisa e razionale della tua inadeguatezza. Che era chiara fin dall'inizio. E che tu non volevi vedere, piccolo mio. Siamo pronti, dai, spara i tuoi colpi che non vedo l'ora di farmi quattro risate e spernacchiarti in compagnia dei ragazzi. Tu e il tuo blocco del cazzo. Coraggio, facci vedere...

ME: “ ... “

MY MONKEY: “ Oppure sei solo stanco, eh. Magari ti riposi e riparti."

06/05/2009,19:29
BEATO ME
post di incomprensioni, cozze ed esami universitari



A partire dal 23 settembre del 2008 la mia vita cambiò.

Avevo poco più di vent'anni e facevo l'università. Passavo le giornate schiacciato dalle letture, intasato di schemi, appunti e lezioni a cui non partecipavo, solo per dedicare tutte le mie energie ad un esame che non avrei mai fatto.Perchè era molto difficile ed io ero solo uno stupido ragazzo di periferia che non capiva niente.

Non ce la facevo mica a stare dietro a tutti. Come quello che nei quattromila siepi viene doppiato e nessuno ne segue la gara. “Hai visto, hanno doppiato quel tizio”. E poi tutti a seguire la corsa vera. Delle materie che studiavo non capivo nulla. Mi dovevo fidare solo della memoria e cercare di ripetere tutto come un mantra senza senso, allenandomi a dare enfasi ad alcune parole chiave che avevo sottolineato, sperando che il professore non mi interrompesse per approfondire qualcosa. Tanto comunque quell'esame non l'avrei mai fatto, perchè era troppo difficile. Perchè continuavo a studiare, allora? Perchè non avevo altro da fare, era ovvio.

Tutto questo prima del 23 settembre 2008, quando la mia vita cambiò.

Prima di quel giorno mi trascinavo per casa con le ciabatte di gomma e i calzini di spugna, noncurante del giudizio degli altri, che vedevo entrare ed uscire da questa casa come trottole impazzite, mossi da un'energia che io mai nella mia vita avevo avuto, neanche per dieci minuti. Anzi no, per dieci minuti ero stato bene.

Quando siamo usciti assieme quella prima volta, te lo ricordi? La spiaggia, la tua barchetta a motore che non partiva mai e la cena di pesce in riva al mare. Quando arrivarono le cozze, una montagna di mitili neri ricoperti di aglio, limone, prezzemolo e mollica di pane. Da quando ce le appoggiarono sul tavolino di legno al momento in cui smisi di guardarti divorare affamata e felice, una dietro l'alta, quelle piccole barchette per iniziare a mangiare io stesso. Ecco, quei dieci minuti lì li avrei potuti prendere ed usare per salvare il mondo. Ma era troppo intenso vederti così, e io lo sguardo di dosso non te lo potevo togliere. Per nulla al mondo.

Poi di nuovo tutto aveva ricominciato a fare schifo, e ciclicamente maledivo me, il mondo, il mio ginocchio malandato e mia madre, che mi aveva fatto così fragile.

Fino al 23 settembre 2008, quando la mia vita cambiò.

Prima non andavo da nessuna parte. Principalmente perchè non avevo mai soldi, e solo stando a casa riuscivo a sopravvivere dignitosamente. Pian piano questa necessità materiale si era trasformata in una vera insofferenza agli ambienti e progressivamente avevo rinunciato a venirti a trovare, a passare il tempo con la mia famiglia, a bere una birra la sera e ad andare a fare la spesa.

Stavo a casa e non volevo uscire, perchè allontanarmi dal quadrilatero della mia stanza mi rendeva debole, insicuro, esposto ai mali del mondo. A cui non avrei potuto mai reagire e contro i quali non potevo che soccombere miseramente.

Fin quando cominciai a non alzarmi nemmeno dal letto, dove scoprii che, lasciato da solo alla spirale nera dei pensieri e guardando tutto alla luce fioca ed intermittente di un cono d'ombra, un uomo può anche pensare che non gli spetti altro a questo mondo.

Tutto questo finì, per fortuna, quel 23 settembre del 2008.

Vivevo nel tepore paralizzante dell'insoddisfazione, specchiandomi nella frustrazione dell'inadeguatezza al volo e nelle parole che non uscivano, perchè i pensieri le consumavano e le rendevano così spaventose da non volerle sentire.E poi c'eri tu.Che mi chiamavi e mi dicevi “Oh, tutto bene?”, come se non ci fosse altro di cui parlare.E io “Si, dai tutto bene...”, allungando di chilometri quei puntini di sospensione, sospeso anche io sulle onde elettromagnetiche di due telefonini che si incontrano ogni volta come per caso.

Ti facevi vedere qualche volta, ma i problemi erano solo i tuoi e noi li risolvevamo assieme, perchè io ero bravo a farmi ipnotizzare e a dire le cose giuste e tu davvero non eri brava a fare un cazzo. Ti dilettavi con gli acquerelli, cercando una conferma artistica dai quattro stupidi amici che frequentavi, ma sapevamo entrambi che eri davvero incapace. Mi ricordo di aver provato almeno cinque volte a dare un nome al notro contatto emotivo, a stimare le distanze e le convergenze fra noi, ma tu ti giravi dall'altra parte e ti davi quell'aria persa in pensieri alti e scollegati ed io, che mangiavo per terra come un cane, restavo da solo a mettere in fila i pezzi di una storia che di pezzi ne aveva uno solo. E per giunta grigio e malandato.

E poi te ne andavi, mentre io restavo lì.

Poi però ritornavi, ed io ero lì ancora una volta.

Fino a quel 23 settembre del 2008, quando la mia vita cambiò.

Quando, quel 23 settembre 2008, scoprii che eri morta.

28/04/2009,18:35
CARO DIARIO
De Corrida Gerriis Scottiis


Caro diario,

ciao. Adesso non cominciamo con “non ti fai vivo da un bel po'”, altrimenti prendo e me ne vado a scrivere da un'altra parte. Durante questo mese sono stato molto impegnato e mi sono astratto dal mondo per un progetto segreto a cui sto lavorando come un ossesso, dando anima e cuore come non mai nella vita mia.

A te lo posso raccontare. Mi sto preparando per un provino. Ne abbiamo già parlato altre volte, te lo ricordi, della mia insana e controproducente passione per “La Corrida” di Jerry Scotti. Lo sai come la penso, se c'è un programma televisivo che conserva intatte le caratteristiche originarie della televione, ovvero quelle di essere un contenitore di sogni e speranze di felicità popolare, nel pieno stile working-class di uno show che non premia il dilettantismo artistico mascherato da divismo al silicone, ma semplicemente il dilettantismo becero, ecco, questo è La Corrida.

Il mio sogno segreto, da un paio di mesi, è quello di parteciparvi.

Credo di potercela fare, nel senso che quelli che selezionano i concorrenti hanno poche tipologie di persone che prendono e basta infilarsi in mezzo a queste categorie per farcela.

Il più gettonato è il vecchio, di solito lo scemo del paese, che arriva sul palco con degli strumenti strani, come la memorabile ascella spernacchiante, il cucchiaio sulla mano oppure il flauto suonato col naso. E' una persona mediamente di basso profilo, che passa le giornate al bar a farsi offrire litri di amaro in cambio dell'esibizione, la stessa da anni. Ma che fa sempre ridere. Ognittanto questi qui arrivano sul palco con le grattuge, strecatoi, lingue di menelik, fruste da rodeo e trombette inutili. E vincono, perdio. O almeno vanno in finale.

Io, rispetto a questa tipologia, potrei al massimo sfoderare la mia capacità innata di sfruttare dita tozze e palmi larghi e fare il suono delle nacchere semplicemente chiudendo e aprendo le mani. Prova a farlo tu, caro diario, sembra una scemenza, ma non ho ancora trovato nessuno che abbia il mio stesso dono.

Un'altra tipologia di concorrente è il giovane sfigato che però è bravissimo. Solitamente sono ragazze grasse, unte, spettinate e con l'apparecchio ai denti. Oppure sono maschi con i pantaloni tirati su sopra la vita, gli occhiali col cerotto, senza alcuna parvenza di aver superato lo scoglio insormontabile della verginità, nonostante i 35 compiuti e i 45 dimostrati. Jerry Scotti li prende per il culo, loro si prendono male, perchè sono anche super emotivi fra le tante sfighe che hanno, ma, come per magia, quando parte la base, tirano fuori delle voci strabilianti. Acuti intonatissimi, bassi profondi, senso del ritmo e anche una parvenza di gradevolezza che fino a poco prima sembrava inimmaginabile. Dopodichè magari vincono, ma hai la netta impressione che torneranno a fare le loro ignobili vite di basso profilo. Ecco, caro diario, tralasciando la banalità di considerare la mia vita più o meno ignobile, io non ho nessun talento nascosto da questo punto di vista, quindi niente.

Un'altra categoria che piace molto ai selezionatori è quella degli stonati senza speranza. Che poi non sono neanche semplicemente stonati, diciamo che sembra che per la prima volta in vita loro si siano avvicinati non solo al canto, ma proprio all'ascolto di note musicali. Quindi si piazzano lì, il maestro attacca con l'orchestra e poi parte lo strazio. Non sanno il testo, non hanno la minima idea del tempo, dello spazio, della dignità e fanno fermare l'orchestra mille volte. Dopo quattro o cinque tentativi il Maestro li lascia continuare e piano piano, come in quella famosa esibizione di Jimi Hendrix che suona l'inno americano, tutti i musicisti progressivamente smettono di suonare, lasciando le percussioni a gestire la base. Di solito questi qua cantano le canzoni di Gianni Morandi o di Little Tony e quindi ti viene da dire “Eddai, cazzo! Ma che minchia ci sei andato a fare!

Finiscono di esibirsi e salutano in genere tutti i parenti per nome, comprendendo diverse generazioni. Io così stonato non sono, e neanche così disperato perdìo.

Altra categoria è quella dei poeti. Tu vai là, di solito sei un'anziana maestra delle elementari o un vecchio che ha fatto la guerra e leggi delle cose che hai scritto. Tutte le poesie fanno cagare. Non alla Corrida, dico in generale. Quelle della Corrida in particolare. Se sei una persona simpatica oppure tratti di argomenti velatamente sessuali, allora può darsi che accedi alla finale. Altrimenti vieni risucchiato nella tristezza da cui sei venuto. E io le poesie non le scrivo.

Caro diario, le categorie sono anche di più ma poi sto post diventa troppo lungo e la gente si lamenta.

Tutto questo per dire che sto elaborando una mia piccola performance artistica, che prevede l'uso dell'ukulele nella canzone “Nothing else matter”, ma nella pregevole ed italianissima versione di Marco Masini “E chi se ne frega”. Così, per fare contenti tutti e portarmi a casa il televisore al plasma che Jerry Scotti mette in palio di tasca sua, vista la crisi.

Ora ti lascio, caro diario, che devo andare a mangiare del sushi di maiale messicano che il tizio sotto casa ha messo in offerta speciale. Stupidi commercianti.

Ciao mitico, tvb.


AGD

14/04/2009,01:53
TOSSINE PRIMORDIALI
post di alberi magici, karaoke e vetri da pulire


Mano a mano che si faceva giorno, pensavo che non sarei più riuscito a tornare a casa.

Era tardi - o presto - a seconda del punto di riferimento che volevamo prendere.

Era tardi per andare a casa a fare l'amore come due ubriachi che si erano agganciati all'aperitivo e troppo presto davvero per parlare di come sarebbe potuta andare una volta ripresa la strada di casa.

Non c'era motivo di pensarci, anche perchè a casa mia non ci sarei mai più tornato.

Ormai che ti avevo incontrata, sarei rimasto lì, comunque fosse andata.

Sarei rimasto con te a cantare le ultime canzoni, ormai le stesse da ore, provate prima a una voce, poi a due, fino creare degli improbabili duetti degni di Romina e Albano alcolizzati. Avremmo cercato un altro paese dal nome scemo da farmi visitare, solo per il gusto di macinare chilometri, allontanarci dalla civiltà e scoprire un ennesimo pezzo di inutile provincia addormentata.

La foschia, i gas di scarico e un cocktail di tossine primordiali.

Gli stessi ingredienti che mi avevano reso così insopportabili i primi mesi in questa città, lo stesso veleno che stava mettendo alla prova il mio corpo e la mia la testa giorno dopo giorno, ma che ora – pensa un po'- sembrava essere solo la degna scenografia di questo strano momento di vita accelerata.

Non potevo andarmene ora, sul più bello.

Mi ero appena innamorato della vaniglia del tuo alberello magico, dei tuoi occhi scuri bruciati dalle lenti a contatto e di tutte le caramelle alla menta che mi stavo mangiando per non farmi cogliere alla sprovvista quando mettevi la quinta e ti giravi verso di me perdendo di vista la strada.

Parlammo di quanto eravamo stati tutti e due rovinati dalle esplosioni d'amore troppo precoci, di come l'adolescenza continuava ad essere il paragone più inquietante dietro di noi e della tua tesi di laurea che avremmo finito di scrivere in Messico, stesi in spiaggia.

Finimmo vicini, davvero appiccicati. E quando pensavo che ti saresti ritratta improvvisamente, come un elastico sottile, lasciandomi addosso l'imbarazzo di aver visto troppo, piantavi un altro paletto. E continuavamo a salire.

Ero riuscito a desciverti le tecniche migliori per pescare le seppie dal molo della mia città, ti avevo relazionato con precisione della tesina che avevo portato alla matura e mi avevi convinto a parlare un po' in portoghese, scoprendo assieme a me che dopo cinque anni avrei potuto al massimo ordinare "uma imperial, faça favor" al Bairro Alto.

Ti raccontai persino di quella volta che uno starnuto improvviso mi aveva bloccato la schiena seduto sul bidet. E tu avevi riso, tantissimo. Troppo direi.

Feci una lista dei miei difetti, sperando che avresti trovato il modo per controbattere ad ogni aggettivo con una tenera obiezione d'affetto, in un meraviglioso gioco notturno alla melassa. La sfida invece ti piaceva e tu stessa ci mettesti del tuo, aggiungendo “maledettamente autolesionista”, per concludere in bellezza.

Brillante ed autoironico?”

No, davvero. Autolesionista. Nessuno farebbe una lista con i suoi difetti veri a questo punto”

Avevi ragione.

La lista dovevi farla tu.

Avremmo avuto tempo per compilarla, nei prossimi mesi e nei prossimi mille anni a venire. Quando avresti scoperto che non riesco a prendere l'aereo da sobrio, che sarebbe meglio non portarmi al karaoke e che in nessun caso avremmo passato l'estate in una città d'arte, fra il caldo dell'asfalto e il sudore dei turisti. Quando in sala d'aspetto, all'ecografia della nostra prima principessa avresti fatto aggiungere “ansioso” e “lacrimevole mitomane” alla lista che avevamo iniziato stasera

Avresti cambiato la mia vita, sedendoti con me sul divano quando le cose non fossero andate bene al lavoro, mi avresti preso la testa fra le mani e, alzandomi gli occhiali sulla testa, mi avresti dato un bacio sugli occhi.

Avresti restituito il sonno alle mie notti, la pace che mi meritavo dopo una giornata di battaglie contro il mondo e mi avresti dato un morbido motivo per chiudere il portatile e non lasciarmi buttare via tutte queste ore davanti ad uno schermo di parole.

Le avrei raccontate a te le mie visioni, le strane associazioni di idee e i sogni a colori.

Avrei fatto pace con mio padre e mi avresti spiegato che dopo tanti anni certe cose non valgono più, che le persone  vanno avanti e che dobbiamo abbassare il livello del conflitto per la serenità delle generazioni che stiamo crescendo.

Passeggeremmo a lungo e, camminando col naso nei tuoi capelli, capirei che le cose attorno a noi non funzionano perchè la gente sta male, perchè ognuno deve vivere le sue paure e frustrazioni con la tranquillità di non poterle mai conoscere davvero, ma con la responsabilità di doverci convivere in pace, per se' e per gli altri.

Mi spiegeresti che dobbiamo ringraziare ogni giorno di essere al mondo e non cercare necessariamente nelle leggi che regolano la società, nei modelli che troviamo a rappresentarci e nella felicità negata le responsabilità della nostra inadeguatezza emotiva.

Ci siamo noi, adesso. Come su questa macchina.

Avresti tolto il grigio dell'inverno da questi vetri, come si fa durante le pulizie di primavera, e sarebbe passata altra luce, diversa, che avrebbe illuminato gli angoli che mi ero abituato a non guardare. Sarebbe stato così strano, come lo è adesso.

Anto... tutto bene?

Si, dai... Ora però, torniamo a casa per favore.


  • author: nicolaventola
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07/04/2009,19:06
ME AND MY MONKEY (19)
quando il gioco si fa duro



ME: “ Ti pare possibile?? Con tutte le tecnologie che ci sono oggi... non poter prevedere una cosa simile ?! Eh? Eh? “

MY MONKEY: “ ... “

ME: “ E poi scusa, non c'era quello lì, quello che aveva previsto tutto??”

MY MONKEY: “ Non so... penso che se in questi casi si stessero a sentire tutti dovremmo evacuare migliaia di persone ogni due giorni in ogni parte d'Italia...”

ME:” E senti, ma quelle case lì, dico io... non si potevano mettere in sicurezza?! Eh? Eh?”

MY MONKEY: “Non so.. sono strutture storiche di centomila anni fa... mettere a norma una chiesa benedettina... facevano prima a tirarla giù e a farci un centro commerciale... non so se ha molto senso...”

ME:” E poi la politica, eh? Dov'è la politca? Dove sono le risposte? Eh?”

MY MONKEY: “ E che ne so... quali sono le domande scusa?”

ME: “E gli sciacalli? Hai capito? Ci sono gli sciacalli! Che vergogna!”

MY MONKEY: “ ... “

ME: “ E poi hai visto, pare incredibile! Quando ci sono tragedie del genere piove sempre! Si aggiunge sfiga alla sfiga! Come te lo spieghi?! “

MY MONKEY: “ Ohu e che ne so? Forse è per lavare via dagli uomini e dalle strade le miserie del mondo... Ma che vuoi da me?!”

ME:” Non senti l'urgenza anche tu di dare una mano a queste persone? Di renderti utile alla tragedia collettiva? Cogliere l'opportunità di vivere la tua condizione privilegiata e volgerla al meglio per il bene degli altri, delle donne e degli uomini più sventurati... e i bambini.. quei poveri bambini...Che fare, amico mio? cosa possiamo fare per contribuire a lenire le sofferenze della comunità falcidiata da una tragedia immane? Eh?! Eh?!”

MY MONKEY: “Senti non lo so. Potresti prenderti in casa uno di quei bambini e crescerlo come si merita... garantirgli quel poco di futuro sereno che la natura e l'incuria umana gli vogliono togliere... investire sul futuro degli esseri umani affinchè comincino a percepire i disastri naturali come l'evoluzione inarrestabile della nostra specie e che  cerchino di  comprenderli  come tali. Adoperarsi efficacemente   perchè i rischi plausibili vengano evitati, ma spingerli a trovare nellla loro stessa  esistenza  piena la vera sicurezza, quella dei rapporti, non la mera necessità di fuga di fronte alla morte improvvisa. Non so... vedi tu... oppure manda un SMS. Un euro. Un SMS. Un euro... un sms...”